Tra leggenda e storia
Il culto secolare di Beata Beatrice d’Este ha prodotto una serie di biografie e tradizioni che univano dati storici, a leggende e imprecisioni, in alcuni casi confondendo anche episodi delle vite di Beata Beatrice II e III.
Utilizzando la duecentesca «Vita antichissima» di frate Alberto di Santo Spirito , studiata e pubblicata dal Brunacci nel 1767, le ricerche storiche del Balan del 1878, i saggi storici e letterari di Antonio Rigon, Gianfranco Folena, Carlo F. Polizzi, Sante Bortolami e Francesco Selmin, nel 2017 don Bruno Cogo riuscì a riunire i dati storici più sicuri della vita della Beata Beatrice, epurata dalle leggende e tradizioni che si erano ripetute sul suo conto. Quello che segue è un estratto del Capito Primo dell’opera Beata Beatrice D’Este, 1191-2026. Venerazione e memoria storica. (Terra D’Este, n.53, 2017)

Beatrice, figlia di Azzo VI
Beatrice nacque a Este alla fine del 1191 nella famiglia dei marchesi d’Este, da Azzo VI e da Sofia (1165-1202) di Savoia, figlia di Umberto III (1136-1189) conte di Savoia e di Aosta, detto il «santo».
Il padre Azzo VI (1170ca-1212), è uno dei grandi personaggi della storia italiana all’inizio del XIII secolo. Fu vicario imperiale su tutta la Marca, podestà di Ferrara nel 1196, capo dei Guelfi nell’Alta Italia e sostenitore di Ottone di Baviera al trono imperiale. Nel 1205 venne eletto ancora podestà di Ferrara, quindi di Mantova e nel 1206 di Verona. Innocenzo III lo nominò marchese di Ancona nel 1208 e gli diede la signoria su Ferrara. Morì a Verona il 18 novembre 1212, dopo avere subito una sconfitta a Pontalto da parte degli eserciti messi insieme dagli Ezzelini e altri alleati.
Azzo VI si sposò tre volte: la prima moglie, di cui non si conosce il nome, fu della famiglia nobile degli Aldobrandeschi di Toscana, dalla quale nacque il primo figlio Aldobrandino d’Este (suo successore nel 1212, ma morto per veleno nel 1215). La seconda moglie corrisponde a Sofia di Savoia (figlia di Umberto III di Savoia e di Clementia), che fu madre della Beata Beatrice, e morì il 3 dicembre del 1202. La terza moglie fu Alisia di Châtillon, figlia di Rainaldo di Châtillon principe d’Antiochia, sposata nel 1204, dalla quale nacquero Azzo Novello detto Azzolino (poi Azzo VII, successore di Aldobrandino), e Costanza che morì nel 1215.
Giovine famosa e bellissima
Beatrice visse la sua infanzia e la sua prima giovinezza alla splendida e gentile corte dei Marchesi, che tenevano due prestigiose residenze nel Palazzo-castello di Este e nel castello di Calaone sopra il monte, residenze frequentate da principi, letterati e poeti.
La Beata fu la famosa e bellissima Beatrice [«mira pulchritudine corporis et virtute multipliciter decorata», «di meravigliosa bellezza del corpo ed ornata grandemente di virtù»], la descrive il «Chronicon Marchiae», che riguarda gli anni 1207-1270 cantata dai trovadori provenzali tra i quali Aimeric de Peguilhan (1170ca-1230ca), Falquet de Romans (notizie, 1209-1233) e Lambertino Buvalelli (1170ca-1221), che più volte furono ospiti della Corte Estense.
Nel 1202 Beatrice aveva perduto la madre Sofia, nel 1212 le moriva anche il padre, e nell’ottobre del 1215 il fratello maggiore e allora capo della famiglia, Aldobrandino, e nello stesso anno la sorella minore Costanza.
«Più bella assai di profumato fiore,
è Beatrice, ed io di ciò m’avvedo.
Di tutte quante trovo lei migliore,
d’eccelse doti ha ricco il suo corredo.
La sua avvenenza è un cantico d’amore,
è musica immortal d’esperto Aèdo.
Quando contemplo il mistico pallore del suo bel volto,
al Paradiso credo.
Il suo apparir è luce che ci inonda,
è balsamo che molce i miei dolori,
è trillo d’usignol di fronda in fronda.
È un cullarsi davvero in placid’onda,
è celeste vision di puri ardori,
è sconfitta del mal che ne circonda» .
Sonetto di Aimeric de Peguilhan, trascritto e con libertà interpretato in italiano dall’estense Pietro Bonomo nel 1957
I dolori e la scelta religiosa
A questi anni dolorosi (tra il 1212 e il 1215), nei quali anche la potenza dei marchesi Estensi era in crisi, si fa risalire il primo orientamento alla vita religiosa manifestato dalla Beata: esiste una sua presunta lettera indirizzata a papa Innocenzo III (+1216), quale suo tutore, lettera conosciuta da Boncompagno da Signa (1170ca-1250) nel 1215 (e ripresentata nella cattedrale di Padova nel 1226), nella quale Beatrice domandava il permesso di consacrarsi alla vita religiosa.
Il Papa le consigliò di attendere, e di prendere decisioni con animo più sereno, valutando con obiettività le due possibilità che le stavano davanti:
«Non bisogna affrettare con improvvise decisioni l’attuazione del proposito di darsi alla vita religiosa – scrive il Papa – tanto più in una situazione dolorosa, la quale spesso condiziona le scelte giovanili che poi naufragano con la violazione del voto. Solo quando la ferita sarà rimarginata, potrai consapevolmente decidere se vorrai esercitare il governo della Marca o scegliere la migliore via di sedere ai piedi del Signore con Maria».
Beatrice aveva oltrepassato da poco i vent’anni alla morte del padre, e ne aveva meno di 25 quando le morì il fratello Aldobrandino. Era nel pieno della giovinezza e nei momenti delle grandi decisioni, date le circostanze difficili della sua famiglia.
È probabile che proprio in questo contesto abbia potuto conoscere il Beato Giordano Forzate (1158ca-1248), riformatore padovano della vita benedettina sul consiglio spirituale, e gli abbia manifestato il desiderio da tempo coltivato di vivere una vita consacrata di povertà e di carità. Bisogna tener conto che in quegli anni i movimenti pauperistici emergevano molto diffusi in Italia, suscitando impulsi generosi verso riformatori e fondatori di ordini religiosi, che interessavano ampiamente anche il mondo femminile aristocratico. Da ricordare che Beatrice è contemporanea di San Francesco d’Assisi (1182-1226) e di Santa Chiara (1193ca-1253).
Attese ancora qualche tempo, finché venissero risolti alcuni problemi di famiglia, come il riscatto del fratello minore Azzo VII, ostaggio dei banchieri fiorentini (liberato e restituito alla Famiglia per 900 lire di denari veneti, nel 1216), la regolazione — verso il 1217 — dei diritti di eredità che le spettavano dal padre e dalla dote della madre, e la divisione del patrimonio con gli altri suoi parenti.
Al Convento del Salarola
Nei primi mesi del 1220 Beatrice, con la protezione del Beato Giordano Forzate e di Alberto da Montecchio, quasi segretamente, lasciò la sua residenza estense, chiese ospitalità e si ritirò — accolta dalla badessa Concordia — per circa un anno e mezzo a vita contemplativa nel monastero di Santa Margherita (già fondato nel 1179) sul monte Salarola, un poggio presso Calaone.
Non vestì l’abito di quelle consorelle ma ne condivise umilmente la vita religiosa, rimanendo però ancora libera di se stessa e dei suoi beni, e provvedendo a regolare alcuni aspetti del suo patrimonio, come risulta dai documenti notarili redatti nello stesso monastero in quello stesso periodo.
Sembra, secondo l’opinione di alcuni studiosi, che la data del 1220 coincida con la morte del marchese Guglielmo Malaspina [che, secondo altri storici, invece sarebbe morto tra il 1213 e il 1214] al quale avrebbe potuto o dovuto andare in sposa, secondo i progetti della sua Famiglia, intuibili dai testi di Aimeric di Peguilhan, che dedicò ben cinque canzoni al marchese Guglielmo e a Beatrice.
Sul Monte Gemola
Dopo la breve permanenza al Salarola, Beatrice ritenne opportuno trasferirsi in un altro luogo più lontano da Este e da Calaone, e in pratica rifondò con l’aiuto e il consenso della sua Famiglia — e sicuramente con il favore del vescovo di Padova — il monastero di San Giovanni Battista del Monte Gemola, giungendovi tra la fine di maggio e i primi di giugno del 1221, un modesto complesso monastico già esistente, lasciato libero da un gruppo di frati contestati e censurati dal vescovo di Padova, probabilmente per la loro cattiva condotta, e per avere recato offesa allo stesso vescovo, trattando male i suoi ambasciatori.
Andò a stabilirvisi in accordo con alcune sue compagne del Salarola, facendo il percorso a piedi, accompagnata dalle contesse estensi Alisia di Châtillon sua matrigna e Giovanna di Puglia moglie del fratello minore Azzo VII, dai suoi padri spirituali Giordano Forzatè e Alberto di Montericco, dalla badessa e da alcune altre monache del Salarola e da molta popolazione del luogo.
Nel 1222 gli ambienti del monastero, che all’arrivo delle monache erano stati trovati spogli, risultavano sistemati e ampliati per la vita comune. Molte giovani, anche di nobile famiglia, attirate dall’esempio di Beatrice chiesero di condividere quella scelta di vita spirituale. Beatrice donò tutti i suoi beni personali di Este e di Montagnana per il sostentamento della nuova comunità.
La regola seguita — dopo un probabile intermezzo di tempo nel quale la vita comune fu condivisa spontaneamente negli impegni di penitenza, povertà e carità — fu quella benedettina, ispirata ai modelli riformati del Beato Giordano Forzatè (1158ca-1248). D’altra parte questi era e rimase consigliere spirituale della Beata [insieme a frate Alberto di Santo Spirito da Verona e a frate Alberto da Montericco], e, secondo l’autore della «Vita», fu tra coloro che garantirono ufficialmente la scelta difficile della Beata.
Nel monastero del Gemola, dopo alcuni mesi di malattia (forse tubercolosi polmonare), Beatrice morì, dopo quasi 5 anni di comunità religiosa, già venerata in vita per la sua pietà, carità e umiltà, il 10 maggio 1226, all’età di circa 35 anni.
La sepoltura e la venerazione
Non volle essere Badessa, ma semplice sorella obbediente, pur rimanendo l’ispiratrice spirituale della nuova comunità: sembra che la prima guida col titolo di badessa sia stata madre Desiderata (nome citato nel «Chronicon Marchiae») e poi nel 1225 madre Imiza (altro nome reperito nei documenti di quell’anno). La nomina delle due badesse [alcuni ritengono che Imiza sia la stessa persona citata col nome religioso di Desiderata], vivente ancora Beatrice, può riflettere il passaggio dalla comunità spontanea iniziale alla regola benedettina, e corrisponde alle norme del IV Concilio Lateranense (:1215), che prescrivevano di sostituire vere forme canoniche riconosciute alle troppo impulsive e spontanee esperienze religiose del tempo.
Il sacro corpo della Beata venne deposto prima nella sepoltura delle monache [che doveva essere una cripta sotto il pavimento della chiesa] e poi, dopo alcuni mesi o circa un anno, in un’arca di pietra, decorata da una grande lapide con l’iscrizione poetica dedicatoria, nella chiesa di San Giovanni Battista sul Gemola, in un sacello o sacristia che comunicava con la medesima chiesa. Il sacro corpo rimase intatto, per un processo di mummificazione naturale, tra l’altro reso possibile per le particolari condizioni climatiche del luogo e per le attenzioni di cui fu oggetto al momento della deposizione nel sepolcro.
Beatrice fu venerata ben presto come santa dalle consorelle (che chiesero a frate Alberto di Verona di scriverne la vita e fare memoria delle sue virtù), fu conosciuta nei villaggi dei Colli Euganei, fu venerata dai Padovani e dalla Famiglia degli Estensi, e il suo culto venne riconosciuto costantemente dai Vescovi di Padova, venne citato da testimonianze storiche e letterarie nel susseguirsi dei secoli, dalla seconda metà del Duecento in poi. Fu riconfermato solennemente nel 1763 da papa Clemente XIII, Carlo Rezzonico, già vescovo di Padova.
Una bolla di papa Pio IV, in data 7 ottobre 1564 — a seguito degli orientamenti del Concilio di Trento — ordinava tra l’altro al vescovo padovano Francesco Pisani di trasferire i monasteri esistenti fuori della città, posti «sui monti o in remote solitudini», a scelta, o dentro Padova o nelle cittadine fortificate più prossime ai monasteri. Il luogo collinare del Gemola, come l’altro del Salarola, era considerato, per un monastero femminile, «troppo solitario, esposto a molti pericoli, e distante dalla Città di Padova 14 miglia».
La comunità monastica benedettina, caduta dopo alcuni anni di attesa la possibilità di trovare una collocazione a Este, nel 1578 dai luoghi solitari del Gemola fu trasferita a Padova presso la chiesa e il monastero di Santa Sofia — allora non abitato — riadattato e in buona parte ricostruito. Anche il santo corpo con il sarcofago e l’iscrizione antica vennero portati in Santa Sofia.
Passarono quasi tre secoli e dopo le soppressioni napoleoniche, dal 1810 il monastero di Santa Sofia non esisteva più. A Este si era sviluppato tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento il culto pubblico alla Beata Beatrice. La sensibilità e la memoria storica degli estensi era cambiata: più volte gli arcipreti e illustri cittadini di Este, come lo storico Gaetano Nuvolato, nella seconda metà dell’Ottocento e ancor più nella prima metà del Novecento, espressero il desiderio che il suo corpo santo venisse traslato nel Duomo di Este, per ricomporre un legame storico con la famiglia dei Marchesi d’Este, con il luogo di nascita e di vocazione di Beatrice. Ma alcune posizioni critiche e le molte resistenze da parte della parrocchia di Santa Sofia di Padova lo impedirono. Ad esaudimento delle rinnovate richieste dell’arciprete Mario Zanchin (1912-2003), arciprete dal 1952 al 1962, e dell’intera Città — cambiate favorevolmente molte circostanze, ciò fu possibile nel 1957 con tutti i permessi della Santa Sede, del vescovo di Padova e della Parrocchia di Santa Sofia, e il trasferimento venne celebrato il 5 maggio. Alle solennità del 10 maggio parteciparono, oltre al vescovo di Padova Girolamo Bortignon, l’arcivescovo di Ferrara Natale Mosconi e il Patriarca di Venezia Angelo Giuseppe Roncalli, poi eletto papa Giovanni XXIII, oggi venerato come santo.
Con Santa Tecla, la Beata Beatrice è compatrona di Este, e la sua festa si celebra ogni anno il 10 maggio: la memoria liturgica è estesa a tutta la Chiesa Padovana. Con gli altri santi della Famiglia d’Este (Beatrice II, Beatrice regina d’Ungheria e Contardo) è venerata a Ferrara e a Modena.

